GIUSEPPE EMANUELE MODIGLIANI.
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L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI.
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1945. Edizioni Il Vascello, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Questo opuscolo fu pubblicato, anonimo, per la prima volta in Svizzera nel luglio del 1944, nella ricorrenza dei ventanni dallassassinio di Giacomo Matteotti, poi ripubblicato nel marzo del 1945 dalle Edizioni dellAvanti, che qui riproduciamo, in occasione del centenario.
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Il 30 maggio 1924, Matteotti prese la parola durante la seduta della Camera dei deputati che doveva convalidare le elezioni del 6 aprile, e pronunci un durissimo discorso in cui contest i brogli e le violenze che le avevano caratterizzate. Era ben conscio di quanto sarebbe successo: sedutosi al suo posto, disse al compagno di partito che sedeva vicino a lui Ora voi preparate il discorso funebre per me. Il 10 giugno, Matteotti venne rapito da una squadra di fascisti, comandati da Amerigo Dumini, uomo di fiducia di Mussolini per questo tipo di attivit, venne ucciso e il suo cadavere fu nascosto in un bosco. Il governo fascista inizialmente neg qualsiasi responsabilit, ma quando, trascorsi alcuni mesi, si sent abbastanza forte da permetterselo, fece ritrovare il cadavere, ed il 3 gennaio del 1925, Mussolini fece un discorso alla Camera in cui rivendic la responsabilit politica (se non giuridica) di quanto era successo, e da quella data gli storici fanno partire il vero e proprio regime dittatoriale.
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L'AUTORE.
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Modigliani si occup dellassassinio sia come compagno di partito ed amico di Matteotti, che come avvocato della moglie, che si costitu parte civile nel processo che viene qui descritto.
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L'ASSASSINIO DI GIACOMO MATTEOTTI.
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Indice.
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Anniversario: Il ventesimo!
L'assassinio.	
Il mandante vero e primo.
L'organizzatore effettivo.
L'esecuzione.
Le ripercussioni - L'Aventino.
15 agosto 1924 - 3 gennaio 1925.
L'Aventino tiene fede.
La Parte Civile non si arrende.
Dichiarazione di revoca della costituzione di Parte Civile.
Non si fa giustizia, ma i criminali si azzannano fra di loro.
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Fine Indice.
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Anniversario: Il ventesimo!
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Vent'anni non son passati invano ed  possibile formulare la previsione che il prossimo anniversario, non contrastato, non in sordina, sar celebrato a Roma. L'anniversario dell'assassinio di Giacomo Matteotti: il magnifico San Sebastiano del socialismo italiano.
Predestinato: e per le sue origini familiari e per tutto quanto aveva compiuto nel breve giro dei suoi trentanove anni di vita. La famiglia materna aveva dato infatti militanti e martiri alle primissime agitazioni carbonare del 1821, svoltesi appunto a Fratta Polesine: ove Matteotti nacque il 22 maggio 1885 e dove crebbe nel culto di quei precursori e nello studio delle carte che ne documentavano l'opera.
In questa atmosfera di tradizioni e d'ideale egli si dedic dapprima allo studio del diritto e dell'economia, lasciando anzi un grosso volume sulla "recidiva", che ancor oggi fa testo: tanto la conoscenza delle regole giuridiche e della loro concreta applicazione, vi  fecondata da dati e direttive sociologiche precise e profondamente umane. Nulla di pi naturale dunque, per Matteotti, del suo immediato orientarsi verso il socialismo, gi prima dell'altra guerra, del suo sollecito interessarsi al movimento operaio agricolo del Polesine e, pi specialmente, all'operoso movimento cooperativo in quella regione, al quale fu poi largo, sempre, di consigli e di aiuti mai sbandierati, ma,  inutile dirlo, sempre disinteressati e larghi.
La guerra del 1915 l'ebbe fra i suoi coscritti (fu soldato nell'artiglieria da fortezza) ma anche fra i suoi oppositori; cosicch gi nel 1917, fiere parole pronunziate al Consiglio provinciale di Rovigo gli valsero una condanna che non fu grave, ma che egli aveva coscientemente affrontata.
Cos preparato, cos avviato, le elezioni del 1919 gli procurarono il mandato legislativo che ne mise subito in valore la cultura e l'intelligenza di economista combattivo, ascoltato, rispettato: senza che il suo rapido salire nell'agone parlamentare ne intiepidisse, n la concreta solidariet con l'opera costruttiva delle organizzazioni contadine del suo Polesine, n la sua combattivit di socialista repugnante ad ogni patteggiamento... su qualsiasi fronte.
Cosicch, nelle elezioni del 1921, egli sar vittima di una prima sconcissima aggressione del fascismo, gi in sul crescere, e pi tardi, nel settembre 1922, quando i socialisti della sua tempra, della sua fede, e delle sue idee, saranno scomunicati dagli infatuati attratti dal nuovo verbo estremista, i socialisti rimasti fedeli alla tradizione, faranno di lui il segretario - suscitatore indefesso costruttivo - del Partito Socialista Unitario Italiano. Onde l'ascesa verso il successo dell'opera sua, e verso il martirio che lo consacrer alla storia.
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L'assassinio.
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Il 10 giugno 1924, a Roma, verso le 16, Matteotti usciva dalla casa dove abitava in via Pisanelli, per recarsi al "lavoro" - al suo lavoro di segretario del Partito Socialista Unitario e di deputato - e, svoltando sul Lungo Tevere Arnaldo da Brescia, si avviava per la strada che egli faceva tutti i giorni: come ben lo sapevano coloro che lo aspettavano in agguato.
Erano cinque con un'automobile. Di questi, uno, lo affronta mettendogli le mani addosso. Matteotti resiste e lo getta a terra. Gli altri accorrono e lo stordiscono di colpi e lo cacciano a forza nell'automobile che stacca la corsa e fila a tutta velocit verso Ponte Milvio. Nell'auto la colluttazione continua; Matteotti, che ha capito di che si tratta, si dibatte ed invettiva, ma non perde la testa: tanto che lancia fuori da uno dei finestrini, la propria tessera ferroviaria di deputato perch qualcuno (come accadde) possa ritrovarla; e dare l'allarme. Non perde la testa: o no! e si dibatte ed invettiva talmente, che testimoni che han veduto filare l'automobile, dichiareranno pi tardi, di essersi accorti che in quell'automobile stava "succedendo qualche cosa".
L'istruttoria non  riescita a stabilire, in tutti i particolari, lo svolgimento del delitto, ma la ricostruzione dell'accaduto non  difficile.
Al volante era un certo Malacria che aveva a fianco Amerigo Dumini, il capo banda. Nell'interno dell'automobile gli altri sicari: Poveromo, Panzeri, Viola, Volpi.
Nello stesso pomeriggio l'automobile sostava nel comune di Rignano Flaminio che si trova in aperta campagna romana e ove era stata predisposta la complicit del sindaco del luogo. Ma l'"ottimo" sindaco fascista, subito accorso, appena messa la testa nell'automobile, si fece sentire dire: "No! Cos no! Vivo s; morto no!" (L'istruttoria lo ha accertato). E l'automobile riprese la corsa verso il luogo dove doveva trovare qualcuno di meno scrupoloso. E lo trov finalmente nella persona del capo di un fascio locale, liberato da poco dal penitenziario di Palermo, ove aveva finito di scontare una condanna a trent'anni per omicidio premeditato. E questo degno fiduciario dei fasci trov subito la soluzione. Pilot l'automobile fino al bosco della Quartarella, e l il cadavere dell'assassinato, contorto e pestato, perch prendesse meno posto, fu cacciato a forza nella fossa, e sepolto "alla meglio". Tanto "alla meglio" che quando sar poi esumato si constater che animali randagi avevano potuto disotterrarlo in parte, ed azzannarlo.
La perizia medica accerter questi dettagli orribili, e accerter del pari, che la morte fu dovuta ad un colpo di coltello che aveva reciso la carotide; cos come accerter tracce di altre ferite di coltello.
 fuori di dubbio: la resistenza eroica di Giacomo Matteotti, gl'insulti di cui egli deve aver coperto e gli esecutori e il loro mandante - intuitivamente da lui subito identificato - debbono aver acuito al massimo la congenita bestialit dei sicari (non scelti a caso!) e qualcuno di questi prima minacci e poi colp.
Pi tardi Dumini dir: "Mi  morto Matteotti fra le mani!". E certo voleva dire che i sicari, da lui stesso scelti e condotti, avevano oltrepassato (o almeno volle egli far credere che avessero oltrepassato) "la consegna" del primo momento.
Ora, non importa essere giuristi per capire quanto valga la pretesa di far passare per "occasionale", l'esito di un delitto di violenza affidato ad uomini capaci di tutto, e che, appunto perch tali, eseguiranno il delitto loro ordinato nella maniera pi precisamente conforme alle loro attitudini... professionali: conosciute appieno da chi li aveva ricercati ed armati. Onde non solo non  diminuita, ma  moralmente aggravata, la responsabilit di chi ha voluto il fatto e l'ha ferocemente organizzato, a quel modo, con quei sicari.
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NOTA: Per coloro che, vuoi per difetto di senso giuridico, vuoi per eccessiva deferenza per le sofisticherie giuridiche, non si sentissero di accettare il ragionamento di buon senso qui esposto; per coloro che non credessero di potersi acquietare al giudizio imposto di colpo, e definitivamente, da argomenti d'indole morale, ma irrefutabili, ecco a rincalzo l'argomento che dovrebbe calmare i loro scrupoli di sofisti se pur non di giurisperiti.
Le responsabilit di quanti abbiano organizzato un misfatto come quello del 10 giugno, pur non prendendo parte diretta e personale alla sua esecuzione "materiale", sono cos precisate, non da un qualunque codice, ma proprio dal Codice Penale Italiano del 1931 di marca autenticamente fascista:
Art. 41: "Il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalit fra l'azione od omissione e l'evento".
Chiaro: non  vero? Ora le capacit bestiali e professionali degli esecutori erano ben note al vero organizzatore del misfatto, che, appunto in base a quelle, aveva voluto che capobanda fosse Amerigo Dumini, ed "uomini di mano" i vari Volpi. Ma c' di pi, dato che lo stesso art. 41 soggiunge: "Le disposizioni precedenti si applicano anche quando la causa preesistente o simultanea o sopravvenuta consiste nel fatto illecito altrui". Il che implica, che se pure si volesse ritenere che l'organizzazione del delitto non abbia fissato in modo preciso le modalit dell'azione, la sua responsabilit non verrebbe meno, anche secondo il codice fascista. Lo pugnalarono in auto perch venne loro fatto di sbrigarsene pi bestialmente subito, anzich pi cautamente in seguito. Ecco tutto. FINE NOTA.
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Ad istruttoria chiusa, e in conformit della tesi defensionale di Amerigo Dumini, Mussolini scrisse, o fece scrivere sul suo giornale, essere ormai (ottobre 1925) storicamente e giuridicamente accertato che "indipendentemente, o piuttosto, contro la volont degli autori la farsa del giugno (sic!) doveva degenerare in orribile tragedia". La farsa del giugno?! Uno scherzo riuscito male!
C' tutto quanto Mussolini in questo cinico travisamento del delitto, in tutto questo tentativo di "innocentare" - si dovrebbe dire di "scamottare" - il delitto da lui voluto: e come mandante vero e primo, e come effettivo organizzatore dell'esecuzione.
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Il mandante vero e primo
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Mandante vero e primo: e precisamente additato come tale, non per semplice deduzione di partigiani alla ricerca di un responsabile degno del loro rancore, non per semplice deduzione da prove evanescenti o da indizi fallaci: no, mandante vero e primo, perch irrevocabilmente accusato, e bollato, da precise risultanze giudiziarie, scartate da giudici indegni, ma ormai definitivamente acquisite alla storia.
Vediamole.
NOTA: Una volta per tutti rimandiamo il lettore ai giornali dell'epoca, e a due pubblicazioni, fra le tante, pi facili a rintracciare: "Matteotti" (Exoria, Tolosa, ottobre 1926) di Alceste De Ambris; e "La Terreur Fasciste" (Gallimard, Parigi,) di Gaetano Salvemini. FINE NOTA.
I cinque manigoldi, esecutori materiali del misfatto, furono fatti venire a Roma, da Milano, e furono ospitati in un albergo in pieno centro della capitale. Qualcuno deve aver dunque fatto le spese: e dovette esser un "qualcuno" che sapeva di non aver da temere che la polizia si allarmasse di questo concentramento di recidivi di delitti comuni.
NOTA. Avevano riportato condanne per violenza, furto, diserzione, bancarotta fraudolenta, ecc. (Vedi Salvemini, op. cit. pag. 12): Proprio in faccia a palazzo Chigi, sede, allora, della Presidenza del Consiglio. FINE NOTA.
A capo della masnada vi era Amerigo Dumini, uomo di mano del fascismo, gi ripetutamente utilizzato per altre "opere". Ed a suo tempo i giornali pubblicarono come avvenne che, proprio per agire contro Matteotti, Mussolini esigesse l'utilizzazione di Amerigo Dumini.
E precisiamo. Alla Camera, il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti aveva pronunciato la sua storica requisitoria contro la serie di sopraffazioni, e di veri delitti, con cui il governo di Mussolini aveva imposto al paese, la Camera eletta nell'aprile di quell'anno. Invano, il 30 maggio, alla Camera, deputati e tribune avevano tentato di far tacere l'oratore, davvero eroico, che, alle congratulazioni tributategli dai compagni per la sua coraggiosa energia, rispondeva: "Grazie, ma ora potete prepararmi l'elogio funebre". E fu cos che alla fine della seduta, Mussolini non risparmi, ai suoi, n rimproveri n invettive, per non aver saputo farlo tacere. Ed appena pot intrattenersi con Cesare Rossi, il fido segretario, il suo pi intimo fra gli intimi, sbott trivialmente nella frase passata anch'essa alla storia: "Che fa Dumini, si fa le seghe?!". E Dumini era appunto l'esecutore in titolo delle vendette del regime, quale capo della "banda" organizzata all'inizio del 1924.
Ma ecco la prova definitiva che l'istruttoria ha precisamente registrato e messa a verbale. Il fido Cesare Rossi e l'ancor pi fido Marinelli segretario amministrativo del P.N.F., si erano recati al Ministero degli interni nella tarda sera del 12 giugno - 48 ore dopo l'assassinio - a protestare per l'arresto di Amerigo Dumini avvenuto la sera stessa. Furono subito ricevuti dal sottosegretario agli interni Aldo Finzi e dal generale De Bono, allora direttore generale della polizia e comandante in capo della milizia. Ed ecco il dialogo fra i quattro:
Rossi: "E cos, volete proprio arrestare Dumini e gli altri?".
De Bono: "Perch no?!".
Rossi: "Fatelo per burla, teneteli qualche giorno e poi mollateli".
De Bono: "Perch?".
Rossi: "Perch, se no, parleranno, e diranno che  stato lui ad ordinarlo".
De Bono: "Lui, chi?".
Rossi e Marinelli: "Il Presidente!".
(Questo dialogo fu messo a verbale durante l'istruttoria perch cos lo rifer lo stesso De Bono inteso come testimone, quando Mussolini lo ebbe congedato. Con questo di pi: che il generale De Bono volle aggiungere di aver sempre deplorato (!) i metodi adottati dal regime e che a simili delitti dovevano inevitabilmente condurre).
Accusa dunque precisa e nettissima, quella dei due "intermediari" Rossi e Marinelli: e che anche Finzi riferir in istruttoria. Ma non la sola, da parte dei correi. Infatti, durante l'istruttoria fu intercettata la corrispondenza scambiata tra il Dumini e la sua famiglia, e fu cos stabilito che, scrivendo sotto i francobolli di cartoline postali apparentemente ingenue, Dumini alludeva alla parte avuta, nel fatto, dal "Presidente". E la famiglia, di rimando, (con lettera cucita in un soprabito inviatogli in carcere) lo incoraggiava a valersi dell'avvocato Vaselli, il quale si era impegnato a "fare i patti con Mussolini per il suo avvenire" (di lui, Dumini); al che il Dumini stesso replicava che, occorrendo, egli avrebbe tirato in ballo proprio lui: "il Presidente". E chi ha potuto anche semplicemente scorrere i fascicoli dell'istruttoria (una copia se ne trova alla "London School of Econ. and Politic Science") sa precisamente quanto Volpi e Poveromo dissero fra compagni di sbornia e di male gesta, a conferma delle responsabilit "presidenziali".
NOTA: Questa precisione era la sola, che poteva esistere data quando questo scritto comparve in Isvizzera. Oggi - come  noto - l'istruttoria  stata esumata tutta in Italia. FINE NOTA.
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L'organizzatore effettivo.
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S: organizzatore effettivo del delitto, pi che semplice mandante,  stato Mussolini.
Da Mussolini infatti era stata predisposta, e gi utilizzata per una serie di "alte opere" del genere la banda Dumini; e da Mussolini fu subito ordinato (nella sconcia maniera gi indicata) che Dumini entrasse in azione. Quasi contemporaneamente, il 4 giugno 1924, veniva lanciata una precisa parola d'ordine affinch la stampa fascista "reagisse" contro le provocazioni culminate nel discorso Matteotti. Con questo di pi direttamente preordinato all'esecuzione del delitto: che, subito dopo il discorso Matteotti del 30 maggio, si fece arrivare a Roma un tale Otto Tierschwald cui si affidava l'incarico di pedinare Matteotti. Questo figuro era stato liberato ad hoc dal carcere di Napoli, ed aveva ricevuto dal direttore del carcere cento lire che Marinelli cassiere del P. N. F. aveva rimesse per spese di viaggio con lettera propria del 31 Maggio!
Cosicch, punto per punto,  accertata la diretta partecipazione di "lui" alla effettiva preparazione del delitto.
Concreta e preveggente preparazione dell'assassinio: dato che quel tale Thierschwald non era stato scelto a caso nella sua qualit di croato. A palazzo Chigi si sapeva infatti che Matteotti avrebbe dovuto recarsi ad un congresso internazionale a Vienna, ed in tale eventualit il figuro croato sarebbe stato un ottimo ausiliare per la soppressione, durante il viaggio, dell'odiato segretario del Partito Socialista Unitario. Le aveva pensate tutte, il "duce" del delitto. E non fu certo colpa sua se, rinviato all'ultimo momento il congresso di Vienna, il delitto dovette essere eseguito in quella tale automobile, anzich sotto un qualunque "tunnel" ferroviario, un po' prima o un po' dopo la frontiera, secondo le indicazioni del figuro prescelto in ragione delle sue cognizioni della lingua, dei luoghi e delle possibilit ferroviarie.
NOTA: Ma giustizia va resa anche ai "figuri". Alla vigilia dell'assassinio (la domenica e il luned) Thierschwald fece il possibile per dare l'allarme a Matteotti e non ci riesc anche perch Matteotti non teneva conto degli allarmi, a dar retta ai quali - diceva - si rischia di non far nulla. FINE NOTA.
Ma quando il piano "ferroviario" sar fallito, subito sar immaginato il ratto in automobile. E l'automobile verr prestata da Filippo Filippelli, direttore del giornale romano "Corriere d'Italia", il quale nulla poteva rifiutare a Mussolini, n a chi gli si present a suo nome, fosse Dumini o fosse Rossi. (Ma pi probabilmente Rossi, considerato sempre come il portavoce del "duce", e preposto, in modo pi particolare, al controllo della stampa. Rossi che, informato del giorno e dell'ora e dell'uso dell'automobile, si precostitu un alibi andando lontano a fare una scampagnata, a quell'ora in quel giorno).
E le prove non sono finite della partecipazione di Mussolini al misfatto: e, non solo come ispiratore, dall'alto e dal di fuori, ma per aver direttamente partecipato alla materiale esecuzione dei suoi ordini criminosi. Alludiamo qui, pi precisamente, alla condotta di Mussolini immediatamente dopo la morte di Matteotti: condotta nella quale egli si rivela per intero, come non mai.
Matteotti era stato assassinato nel pomeriggio del marted 10 giugno, ed il mercoled mattina Mussolini si vide rimettere carte e documenti ritrovati nelle tasche della vittima. (Lo si legge nel memoriale Filippelli di cui parleremo in seguito). Ma quando, lo stesso mercoled si manifestarono le prime apprensioni per l'assenza di Matteotti dalla Camera, e queste apprensioni furono riferite a Mussolini, questi non esit a farsi beffe dei socialisti cos facili ad allarmarsi e, a rincalzo, con quella brutalit e volgarit di eloquio che gli era propria, accenn alla possibilit che Matteotti fosse "andato a puttana!". (I nostri lettori non ce ne vogliano se ancora una volta abbiamo riferito le espressioni testuali del "duce" criminale e becero, tali quali furono pronunciate, invece di rimpiazzarle coi soliti verecondi puntini d'interpunzione. Infatti proprio la trivialit di questo immediato tentativo di depistare le apprensioni e le ricerche, conferma definitivamente la mentalit del primo responsabile del delitto. Spregiare il morto per mettersi al coperto! Ecco il sigillo e la firma apposti al delitto).
Ma la sconcia spavalderia mussoliniana dur solo un attimo. Infatti la polizia non ignorava nulla dell'accaduto - e sin dal mercoled non poteva nemmeno far pi finta d'ignorarlo - anche perch, gi nel pomeriggio del giorno stesso, l'on. Modigliani si era recato dal questore di Roma a chieder conto della disparizione di Matteotti, e della mancata protezione di lui che, da tempo, veniva sempre seguito da due agenti; e l'on. Modigliani non manc di dichiarare subito, senza ambagi, che si era certo in presenza di un delitto sicuramente dovuto a motivi di vendetta politica. E se l'on. Modigliani dovette limitarsi allora ad affacciare un presentimento, nei circoli pi prossimi a Mussolini tutto si era risaputo, subito.
Infatti gi quel mercoled i caporioni fascisti pi prossimi al loro degno capo si erano riuniti ed avevano deliberato sulla condotta da tenere: nella facile previsione che o prima o poi, tutto sarebbe venuto in luce. E se in tale riunione vi fu chi propose di assumere la responsabilit dell'accaduto, (lo narr in proseguo di tempo Carlo Bazzi, il direttore del "Paese", vantandosi di aver difeso questo atteggiamento cinico ma coraggioso) prevalse invece fra i convenuti la decisione di non far nulla - almeno allora - per salvare gli esecutori materiali, ormai identificati. Decisione vile che Mussolini accett, e tradusse in atto sin dal giorno successivo, quando alla Camera, rispondendo ad una interrogazione del deputato socialista Gonzales, dichiar che il delitto "non poteva non sollevare l'indignazione del Governo (sic!) e del Parlamento" e precis anzi: "Io stesso ho dato ordini perentori perch le ricerche fossero intensificate a Roma, fuori Roma ed alle stazioni di confine". Ove non si sa che cosa ammirare di pi, se quell'"intensificate", evidentemente bugiardo, o quel "fuori di Roma" buttato l per depistare, o quell'imprudentissimo "stazioni di confine", inteso anch'esso a depistare, ma suggerito,  chiaro, dal ricordo dell'altro piano di assassinio, da compiersi in ferrovia.
La sindrome fenomenica  ormai perfetta: feroce e triviale prima del misfatto; triviale e vile subito dopo, appena la paura lo assale! Ma dategli tempo di reagire allo smarrimento: ed eccolo commediante perfetto. Come sempre, quando riesce a controllarsi.
La moglie - la vedova ormai! - di Giacomo Matteotti si reca alla Camera nel pomeriggio del gioved 12 giugno, per cercare conforto alla propria angoscia. I compagni la dissuadono dall'andare... dall'assassino, e gi la disgraziatissima se ne torna verso casa; ma Mussolini la fa raggiungere da uno qualunque dei suoi, la riceve, la conforta, ed a Lei che gli dice: "Rendetemelo vivo o morto", osa rispondere: - e ben sa di mentire! - "Spero di rendervelo vivo"! Nel frattempo per Mussolini ha dato gli ordini perch, dalla Maremma toscana, le camicie nere di laggi, le "squadracce" rinomate per la loro ferocia, vengano a Roma. E queste sfileranno, gi la mattina del venerd 13 giugno, sotto le finestre della casa che era stata quella dell'assassinato, e dove la sua famiglia abitava. E sfileranno coi pugnali sguainati e branditi, cantando questo distico infame:
Colla carne di Matteotti
ci faremo i salsicciotti.
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L'esecuzione.
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Ah! quanto meglio immaginato - quanto gi satanicamente immaginato - il piano di assassinio che avrebbe dovuto fare sparire Matteotti nel corso di un viaggio a Vienna. Come gi detto: il piano era stato ideato fin dal 31 maggio (all'indomani della eroica requisitoria pronunziata da Matteotti alla Camera) e per la cui esecuzione, la segreteria del P. N. F. - cio Marinelli - ordin al direttore delle carceri di Napoli di liberare quel tal croato che avrebbe dovuto "viaggiare" insieme a Matteotti. Ma Matteotti aveva dovuto rinunziare ad andare a Vienna; e cos fu abbandonato il piano "ferroviario", e fu preferito il piano irosamente improvvisato poi, e ferocemente eseguito il 10 giugno.
Il 4 giugno Mussolini prese la parola alla Camera per chiudere la discussione sulla politica generale del governo, e sfacciatamente fece carico ai socialisti di aver caldeggiato, ed ottenuto, dopo la guerra del '14, che una larga amnistia fosse concessa a quanti avevano osteggiato la guerra, ivi compresi, i disertori. Ma ecco Matteotti levarsi prontissimo, e con due folgoranti interruzioni inchiodare al muro il "duce", rinfacciandogli di rinnegare dal banco del governo la campagna per l'amnistia, a cui aveva egli stesso partecipato nel '19-20. Passava veramente il segno questo socialista irriducibile! Impossibile dunque attendere che si presentasse l'occasione del viaggio (per facilitarglielo era stato concesso a Matteotti, il 2 giugno, il passaporto negatogli fino a quel momento); bisognava invece far immediatamente cessare lo scandalo di una tale irriducibile opposizione. Ed il 5 giugno Marinelli si sente investire dal suo "duce", con apostrofi del genere di quelle indirizzate giorni prima contro l'inoperosit di Dumini. Il 7 Marinelli  a Milano e fa partire alla volta di Roma Volpi e gli altri prescelti per l'azione. All'ultimo momento, Dumini non  contento della scelta dello "chauffeur" ed allora si fa venire, sempre da Milano, (onde Marinelli non si  mosso) quel tal Malacria che far al caso. E il 10 Mussolini sar vendicato!
Ma vendicato con quella mancanza di "precauzioni" che tradisce la mentalit impulsiva dell'organizzatore vero e primo del delitto.
E ancora una volta lasciamo parlare i fatti.
A delitto compiuto, Dumini torna a Roma la sera del 10, conducendo egli stesso l'automobile del delitto, e si reca da Filippelli, il direttore dell'ufficiosissimo "Corriere d'Italia", che glie l'aveva prestata. Pensasse Filippelli a far sparire le tracce del sangue e di altro che la colluttazione e la protratta permanenza del cadavere avevano lasciato nell'interno del veicolo. Ma Filippelli fu subito preso dal terrore, si confid con amici e cos la notizia dell'accaduto cominci a trapelare.
NOTA: Filippelli fu preso da un tal terrore, che quando poi dovette provvedere alla "toilette" dell'automobile ne affid l'incarico alla propria cameriera, che si limit a far sparire a colpi di forbici i rivestimenti interni della vettura, recanti le tracce pi atroci. FINE NOTA.
Frattanto gli eventi precipitavano. Quando i sicari avevano dato l'assalto a Matteotti sul Lungo Tevere, la scena ebbe per testimonio un giovanotto il quale corse subito ad informare di quanto aveva visto uno dei pi alti dirigenti del fascio romano. Nessuna meraviglia dunque che, sin dal mercoled, il terrore regnasse nelle "alte sfere" fasciste della capitale, e provocasse quella tale riunione di "caporioni" di cui abbiamo gi parlato. Nessuna meraviglia che Mussolini, pur dopo aver lanciato le sconcezze gi riferite per depistare le apprensioni suscitate dalla scomparsa di Matteotti, accettasse subito - coraggiosamente! - le direttive adottate dai suoi pi intimi in quella tal riunione del mercoled, e, sin dal gioved, lasciasse arrestare Dumini; acciuffato la sera stessa alla stazione di Roma mentre si preparava a partire per Milano. Appena 48 ore pi tardi la stessa sorte coglieva Volpi e Poveromo nella capitale lombarda. Con questo per, che Volpi volle essere condotto al fascio milanese; ottenne questo favore dagli agenti; ma entrato da una parte, se la svign dall'altra. (Salvo esser ripreso un po' pi tardi), ed essere ricondotto a Roma a Regina Coeli ove l'avevano preceduto altri indiziati.
Per la verit, la magistratura credette di poter far sul serio e ci si mise d'impegno; ma il generale De Bono l'aveva preceduta, dato che, appena informato dell'arresto di Dumini, e subito dopo il colloquio avuto con Rossi e Marinelli, si era precipitato alla stazione; si era fatto consegnare le valigie da Dumini stesso, e le aveva alleggerite di oggetti e scritti compromettenti consigliando il capobanda di negare tutto e sempre.
NOTA: Il consiglio, subito dato a Dumini da De Bono, fu raccontato da C. Rossi in note da lui rimesse, anni dopo, a Gaetano Salvemini, conforme si pu leggere in "La Terreur Fasciste". FINE NOTA.
E figurarsi se i "collaboratori" di Dumini non furono avvertiti anch'essi sul contegno da tenere e se esitarono ad obbedire. E questo giuoco, come vedremo, continuer fino all'ultimo ma i magistrati dell'ordine giudiziario, vogliamo dire quelli dapprima investiti dell'istruttoria, fecero dal canto loro tutto il loro dovere; senonch contro di loro, niente fu trascurato per intralciarne l'opera, fino al momento in cui fu imposta dall'alto la loro eliminazione e, ai magistrati chiamati a sostituirli, fu imposta la conclusione della istruttoria, dettata -  proprio la parola da usare - dal procuratore generale Del Vasto che, (vedi caso) era cognato dell'on. Farinacci (vedere "La Terreur Fasciste" pag. 249) il difensore di Amerigo Dumini.
Ma bisogna affrettarsi a dirlo: la verit, anche se non subito, fin col venire in luce, anche perch, i complici di Mussolini, traditi da lui, si rivoltarono e parlarono. Parlarono e scrissero.
NOTA: Eccetto un solo: Marinelli, che  stato ricompensato della sua lunga fedelt con la condanna a morte e la fucilazione non appena il neo fascismo pot illudersi di rialzare la testa. FINE NOTA.
Cominci con lo scrivere un memoriale Aldo Finzi. Egli era del tutto estraneo al delitto, ma Mussolini, il quale voleva darsi l'aria di "far luce", gli ordin di dimettersi da sottosegretario agli Interni. Finzi ci si rassegn, ma consacr subito, in una lettera al fratello, quanto egli poteva addurre, a propria discolpa. E non solo scrisse tale lettera ma la consegn a due giornalisti perch la recapitassero.
Ma la ribellione - anche se soltanto epistolare - del Finzi si acquet prima che fossero trascorse quarantotto ore; la lettera spar dalla circolazione: e cos, se il fatto resta, il testo manca.
Meno remissivo Cesare Rossi.
Anche a lui Mussolini chiese di mettersi da parte; e anche Rossi accett di ritirarsi dal posto di primo piano e di assoluta confidenza, occupato fino a quel momento (capo dell'Ufficio Stampa); ma appena cap che Mussolini lo avrebbe abbandonato al proprio destino giudiziario, gli indirizz (il 14 giugno, all'atto in cui si apprestava a porsi in salvo) una lettera riprodotta nel gi citato libro di De Ambris, pag. 85, di cui basta riprodurre quanto segue:
"... superfluo avvertirti che se il cinismo, di cui hai fatto prova fino ad oggi - complicato dallo smarrimento che ti ha invaso proprio quando dovevi dominare la situazione creata esclusivamente da te - ti inducesse ad ordinare gesti di soppressione fisica durante la mia latitanza, e nell'eventualit disgraziata della mia cattura, saresti ugualmente uomo distrutto perch la mia lunga dettagliata dichiarazione documentale  gi nelle mani di amici fidatissimi e che praticano davvero i doveri dell'amicizia".
Cesare Rossi ben conosceva il suo uomo e sapeva come prenderlo; ma non aveva nessuna voglia di confessare la parte avuta nella soppressione di Matteotti; e cos, nella "dichiarazione documentale" rilasciata agli "amici fidatissimi" (vedila in De Ambris, pag. 86), egli contesta di aver avuto parte, anche soltanto indiretta, al delitto del 10 giugno; pur elencando, spietatamente e con tutta precisione, le male azioni, i veri e propri delitti compiuti in precedenza, d'accordo e su ordine di Mussolini, per mezzo di Dumini, di Volpi e di altri, contro Amendola, contro Forni e contro Misuri (fascisti dissidenti questi due ultimi) nonch contro tutti quelli che venivano condannati dal fascismo per "vendetta, per calcolo o per paura" (testuale!).
Com' noto, Cesare Rossi si costitu poi in prigione, il 22 giugno, e vi rimase fino a quando la sconcia amnistia, di cui parleremo in seguito, ne permise la scarcerazione pronunciata dalla Sezione di Accusa a fine dell'istruttoria. Ma in sostanza il Rossi non mut la propria linea di condotta, ammettendo, s, tutte le proprie corresponsabilit in tutta una serie di delitti mussoliniani, ma respingendo ogni propria partecipazione all'assassinio del 10 giugno. Ci che non diminuisce, in nulla, il valore dei due memoriali redatti prima e dopo l'arresto, i quali costituiscono dei veri e irrefutabili atti di accusa da opporre a quanti non hanno nulla capito, o nulla voluto capire, del vero valore morale del fascismo e dei suoi capi.
Non a caso certo, proprio lo stesso 14 giugno in cui Cesare Rossi le cantava chiare e nette al suo signore e padrone, quel tal Filippelli che aveva prestato l'automobile per il delitto fu preso da una paura incontenibile, e butt gi, anche lui, un memoriale inteso ad escludere ogni sua consapevole partecipazione all'assassinio, e che, in ordine alle circostanze del delitto,  di una precisione schiacciante.
Lo si pu leggere per intiero nel citato libro del De Ambris (a pag. 82 e seg.) ma qui si pu ometterne il preambolo dove il prestito dell'automobile  narrato come ottenuto da Dumini in modo che non doveva allarmare il Filippelli stesso.
NOTA: Da notare per che l'innocentissimo Filippelli, finito poi in carcere come truffatore, non consegn l'auto, se non dopo una lunga dichiarazione scritta da Dumini che l'auto doveva servire a nulla pi che ad una scampagnata. Prudente... l'innocentissimo. FINE NOTA.
 impossibile invece non riprodurre qui, dal memoriale di Filippelli, ci che segue:
"Rientrato alle 20 al giornale, niente di anormale mi colp. Andai a pranzo verso le 21,30 col comm. Benedetto Fasciolo, segretario di Mussolini. Al giornale, sulle 12, trovai Dumini e Putato che parlavano tranquillamente col comm. Quilici redattore capo del "Corriere Italiano". Il Dumini entr in camera mia con un involto di giornale e mi preg di trovargli un posto per tenere durante la notte la macchina. Insospettito, chiesi notizie e mi rispose che aveva agito in conformit di ordini precisi di Rossi e Marinetti autorizzati formalmente da Mussolini. Mi parl di tante cose, fra cui di un russo che era da pi settimane a Roma".
"Preoccupatissimo, ma dubbioso di prendere una netta decisione, pregai Quilici di prendere per una notte la macchina nel suo garage. Il Dumini mi preg di tacere che tutto sarebbe andato a posto il giorno dopo.
"Io, viceversa, allarmato della notizia della scomparsa dell'on. Matteotti, il giorno dopo, mercoled, cercai subito di Rossi. (A proposito dell'on. Matteotti lasciai che i miei "reporters" raccontassero la versione fino allora nota: macchina rapitrice Fiat di colore grigio e perch non supponevo la cosa come eseguita dal Dumini e perch volevo, per debito di lealt verso il governo, avvertire prima gli eventuali capi).
"La mattina di mercoled Rossi a sua volta mi cerc "affannosamente, mentre io cercavo di lui, per dirmi:
"1) che Dumini aveva comunicato di essersi servito della macchina da me in buona fede prestata;
"2) che la cosa era grave;
"3) che lui Rossi e Mannelli avevano dato ordini in seguito ad accordi con l'on. Mussolini;
"4) che il presidente on. Mussolini sapeva tutto;
"5) che bisognava ad ogni costo mettere a tacere la cosa, diversamente saltava lo stesso Mussolini.
"Queste dichiarazioni del Rossi mi dipensarono da una denuncia formale.
"Tuttavia credetti opportuno avvisare anche nello stesso giorno (mercoled) De Bono, Finzi, Marinelli ed altri.
"Appresi da Finzi e dagli altri:
"1) che la vittima dell'attentato Dumini era l'onorevole Matteotti;
"2) che l'ordine di sopprimerlo era venuto dalla Ceka del P. N. F. i cui esecutori materiali erano Dumini ed altri noti - anche per questa specifica ultima funzione - allo stesso Mussolini;
"3) che avevano parlato con Mussolini ed avevano ritenuto (?) carte e passaporto dell'on. Matteotti a prova della sua sparizione;
"4) che bisognava aver calma perch tutto sarebbe andato a posto.
"Mi supplic di evitare che la macchina tragica, da me fornita con la solita generosa buona fede, venisse scoperta. Questione di Stato. Il regime corre pericolo: mi si ripeteva.
"Mussolini rischia il potere e la testa.
"Cosa dovevo fare?
"Ogni mia parola o gesto poteva compromettere Mussolini. Dico, lui, Mussolini, personalmente; e momentaneamente tacqui. Anche perch Marinelli e Rossi mi narrarono, mercoled e gioved, di colloqui drammatici col duce.
"Ciononostante andai la notte di gioved da Finzi (in casa dove fui ricevuto cortesemente dalla signora e dalla suocera), a dire che non potevo pi vivere sotto questo incubo, che pretendevo di essere messo a posto, soprattutto moralmente. Mi si dettero assicurazioni.
"Le stesse assicurazioni mercoled, gioved e venerd, mi dette De Bono il quale fra le altre cose mi consigli:
"1) di pubblicare la lettera di Dumini;
"2) mi disse che aveva provveduto a far scomparire le tracce del suo arresto.
"Dumini  rimasto a Roma fino a gioved sera.
"Mercoled lo vidi per caso verso le 22 in Galleria Colonna e mi disse che, d'accordo con Marinelli e Rossi, sarebbe andato l'indomani a ritirare la macchina dalla casa del comm. Quilici che tutto ignorava. Viceversa, gioved verso le 13, il Dumini venne da me al giornale dicendomi - sempre a nome di Marinelli e Rossi, e, per essi, del regime - che non si arrischiava a ritirare la macchina. Allora, io, vinto dalla generosit ancora una volta, temendo gravi conseguenze per Mussolini, ordinai al mio chauffeur di ritirarla.
"Dopo il resto  noto...".
Questo documento fin nelle mani del giornalista Filippo Naldi, che forse aveva avuto una certa parte nell'indurre il Filippelli a redigerlo, e che certo lo conserv presso di s.
Nulla di pi probante di questo che, giuridicamente costituisce una vera "chiamata di correo", tanto pi insistentemente precisa di quella contenuta nel "memoriale" Rossi: l dove si evita di accennare a quanto potrebbe dare la prova della corresponsabilit di Cesare Rossi nell'assassinio del 10 giugno. Senonch, ambedue questi documenti non giunsero a conoscenza della difesa della parte civile Matteotti che alla fine di novembre od al principio di dicembre e, soltanto allora uno dei suoi difensori, l'onorevole Modigliani, pot metterli a disposizione dei magistrati incaricati dell'istruttoria.
Ma di ci in seguito: dato che, dopo aver anticipato l'esposizione delle prove relative al delitto, tempo  di rievocare le ripercussioni che ebbe questo, nel paese e sui suoi destini.
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Le ripercussioni - L'Aventino.
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Le ripercussioni sincere e spontanee, le ripercussioni degne e durevoli, ebbero manifestazioni quasi immediate; ma non meno sollecita fu la commedia del ripudio fascista delle responsabilit, e l'organizzazione della resistenza a difesa del regime.
Gioved 12 Mussolini aveva recitato la commedia di fronte alla vedova del suo assassinato; e lo stesso giorno eccolo recitare la commedia in pieno Parlamento. Rispondeva ad una interrogazione sulla scomparsa di Matteotti. Ed appena ebbe dato notizia dei primi arresti esclam:
"Se c' qualcuno in questa Camera che ha diritto di essere costernato, ed aggiungo: rivoltato, sono io! Questo delitto che ci riempie di orrore e che provoca tali esplosioni di sdegno non ha potuto esser commesso che da uno dei miei nemici il quale ha, certo meditato a lungo questo colpo diabolico. Il governo ha la coscienza enormemente tranquilla. Se voi mi autorizzate a far giustizia sommaria: ebbene giustizia sommaria sar fatta". (A destra si applaude). Poi invita alla calma e ripromette giustizia: "perch si tratta di un delitto contro il fascismo (sic!) e contro la nazione; perch si tratta di un delitto che non  soltanto orribile, ma di una brutalit umiliante".
Va da s che pochi momenti prima, secondo lo ha attestato Cesare Rossi (vedi la "Terreur Fasciste" pag. 223) egli aveva spiegato che si trattava solo di guadagnar tempo. E sar bene ripetere che la sera stessa De Bono faceva sparire dalle valigie di Dumini tutto quel che vi era di compromettente. Ma, per il pubblico, la commedia continu: tanto che il venerd 13 Mussolini pronunci lui stesso alla Camera l'elogio funebre del suo assassinato.
Tuttavia la commedia non poteva limitarsi alle parole; ci volevano atti. E la settimana successiva rec al gran pubblico italiano, la notizia che Cesare Rossi aveva dovuto sottrarsi all'arresto subito ordinato, e che un mandato di arresto era stato spiccato anche contro Marinelli. Cosicch il 24 giugno il mandante dell'assassinio aveva un pubblico abbastanza ben preparato, quando si present al Senato a recitarvi, per la seconda volta, la sconfessione dell'operato suo e dei suoi correi, assicurando l'alta e supina assemblea, che la sua intenzione era di "ristabilire a qualunque costo la legalit e di arrivare ad un regime politico normale ed alla pacificazione del Paese. Passare al vaglio il Partito e purgarlo degli elementi indesiderabili. Sopprimere colla pi grande energia gli ultimi resti di una illegalit perenta e disastrosa. Non ci sia pi che chiarezza e giustizia. Ed il regno del diritto sia stabilito pi fermamente che mai".
Alla Camera le opposizioni - tutte le opposizioni compreso lo stesso Giolitti - non avevano voluto assistere il 13 giugno alla profanazione dell'assassinato, commemorato dall'assassino; e, nell'assenza delle opposizioni, la Camera, di sorpresa, aveva preso le vacanze. Al Senato - dodici giorni non erano passati invano per il successo della commedia - ci furono persino degli applausi. Dopo i quali anche il Senato si prorog. Non senza la giusta ricompensa di apprendere, appena quattro giorni dopo, che davvero "la giustizia faceva il suo corso", dato che fra il 24 e il 28 erano stati arrestati a Milano (e questa volta sul serio) tanto Volpi che gli altri esecutori materiali dell'assassinio. E con loro anche Marinelli.
Ma  tempo di dire che, nonostante tutta l'influenza fuorviatrice che questa commedia dall'alto esercit sulle manifestazioni dell'opinione pubblica, queste manifestazioni continuarono ad essere insistenti e generali, anche se manc loro, e non per poco, la giusta mira ed il bersaglio pi indicato.
Gi il 12 giugno si vide a Roma tutto un accorrere di gente verso l'ospedale di S. Giovanni ove si era detto che si attendeva l'arrivo di Matteotti solamente ferito. Ma il 13 la commemorazione dell'assassinato, fatta alla Camera dall'assassino, tolse ogni dubbio sull'evento, e dette l'aire alle manifestazioni pi precisamente dirette ad esigere che i responsabili fossero individuati e colpiti. E poich non era stato ancora reso esecutivo il decreto del luglio 1923 che prevedeva l'istituzione della censura, la stampa concorse quasi senza eccezioni, in tutta Italia, a tener viva l'agitazione.
Senonch nel frattempo, anche i fascisti non se ne stavano e tenevano testa, in conformit di una circolare del 15 giugno firmata dallo stesso Mussolini (vedi in "Terreur Fasciste", pag. 234), con la quale si ordinava ai prefetti delle 12 Provincie dove il fascismo era pi forte, "di promuovere tutte le possibili proteste contro lo sfruttamento dell'assassinio Matteotti" e di riaffermare la propria fiducia nel governo e nel fascismo.
E subito corse sangue. Tra l'altro, a Milano, il 27 giugno, fu massacrato a colpi di manganello il tramviere Oldani reo di non aver approvato l'assassinio del 10 giugno; e quando a Milano un corteo imponentissimo rese all'Oldani le ultime onoranze non mancarono fascisti che tentarono, anche se a loro spese, di impedire la manifestazione.
Ci non tolse per che le precisioni e la documentazione di cui abbiamo gi fatto parola, continuassero ad essere ignorate da tutti, ad eccezione, come vedremo in seguito, di pochi "iniziati"; e cos continu a mancare all'opinione pubblica la possibilit "di quel piglia su" dinamico e giustiziere, di cui certi critici deploreranno la mancata esplosione, cos come svaluteranno pi tardi la sola cosa efficace che fu allora opposta al regime del delitto: la secessione parlamentare che ebbe nome: Aventino.
Parliamone.
Nel trigesimo della morte di Giacomo Matteotti l'opposizione parlamentare ignorava tutte, e per intero, le prove che permetteranno pi tardi di additare Benito Mussolini come il primo e vero responsabile dell'assassinio del 10 giugno. La Camera era stata mandata in vacanze; impossibile dunque una manifestazione "in aula" nell'occasione del trigesimo. Ma una manifestazione, a Montecitorio, cui partecipassero tutte le opposizioni, apparve subito, ed a tutti, come la pi efficace, e come precisamente doverosa. E l'11 luglio in una grande sala di Montecitorio le opposizioni si convocarono e udirono l'indimenticabile evocazione che di Giacomo Matteotti fece il pi degno: Filippo Turati.
Matteotti era caduto - soprattutto - per il modo tenacemente eroico con cui aveva adempiuto il proprio dovere di deputato; e la sensazione si faceva sempre pi precisa che la pura e semplice condanna degli esecutori diretti del delitto non poteva bastare, e che s'imponevano misure decisamente orientate contro il regime, e pi specialmente a protezione della funzione parlamentare base e strumento delle libert democratiche. Facilmente dunque le opposizioni furono unanimi nell'approvare, l'11 luglio, di boicottare i lavori parlamentari fino a che giustizia non fosse stata fatta. Tutta la giustizia, che, non solo punisse, ma risanasse.
"Avreste dovuto scendere in piazza", diranno pi tardi (ah! non allora!) quei tali critici incontentabili, non scesi in piazza n allora n poi. Ebbene: a riprova che in quel momento le opposizioni parlamentari fecero il loro dovere, basta un raffronto di date.
L'11 luglio: atto di nascita dell'Aventino. Il 10 luglio il re (ormai definitivamente mussolizzato), appone la firma al decreto predisposto fin dal luglio dell'anno precedente, col quale  soppressa la libert di stampa, e sono instaurate tanto la censura, quanto - se del caso - la soppressione dei giornali non agli ordini del fascismo. L'Aventino era appena nato che subito in tal modo se ne preparava la soffocazione: di fatto per non attuata subito. Ma soffocato non fu l'Aventino: anche se alle sue iniziative - tentate in tutti i campi - non rispose il popolo italiano per la ragione che quei tali critici han troppo dimenticata.
La verit era, e resta, che la lotta contro il fascismo - prima e dopo la marcia su Roma - durava in Italia da ormai oltre quattro anni. Gi nel 1920-21, consule Giolitti, gli antifascisti si erano trovati di fronte, non solo i fascisti patentati, ma le stesse forze militari dello stato da cui i fascisti ricevevano ogni assistenza durante le spedizioni punitive: e financo i moschetti dati loro dai carabinieri, a ci debitamente autorizzati da regolarissime circolari governative. Poi era venuta la marcia su Roma, complice il re; e nel marzo 1923, con la firma del re, era stata creata la milizia fascista destinata subito ad agire - essa armatissima - contro avversari sin da allora obbligatoriamente disarmati. In conseguenza, gi prima del 10 giugno, era salito ad oltre 3000 il numero degli antifascisti caduti nei borghi isolati o sulle piazze delle citt; mentre fin dal 1923 era cominciato l'esodo dei combattenti antifascisti cui la vita diventava ogni giorno pi impossibile, specialmente nelle citt di provincia e nelle campagne, ove il ras locale e la milizia fascista si potevano tutto permettere.
Con questo di meno propizio a quel tale "piglia su" non potutosi verificare, che sin dal '21, e pi gravemente nel '22, e da ultimo anche nelle elezioni generali del 1924, le forze le pi decise a battersi contro il fascismo - le forze socialiste e comuniste - erano state indebolite e stroncate dalla scissione provocata dai comunisti prima (1921) e continuata dai massimalisti poi (1922). Tanto che il complesso dei voti socialisti era stato superiore ad un milione e 800 mila nelle elezioni del 1919, si era a stento mantenuto nel 1921 (voti socialisti e comunisti sommati insieme), ma era sceso a poco pi di un milione nel 1924 (480.000 circa i socialisti unitari, cio "matteottiani" 450.000 circa i massimalisti; 250.000 circa i comunisti). Mentre retrocedevano quasi nelle stesse proporzioni i "popolari" (cattolici) e scomparivano quasi le altre opposizioni (repubblicani, radicali, giolittiani, liberali-amendoliani).
Non sar la prima n l'ultima volta che storici frettolosi cercheranno capri espiatori ai quali addebitare sbrigativamente il dolore che suscita in loro il trionfo dei peggiori sui migliori, e si esimono cos dal dovere di "ficcar lo viso a fondo" sulle cause di quel tal trionfo. Ma tale misconoscimento della verit non ha mai giovato alle rinascite future; e ci  parso dunque doveroso di render giustizia allo "stato maggiore" - l'Aventino - che nel 1924 tent, pur senza fortuna, di galvanizzare l'esercito dell'opinione pubblica italiana, battuto da ormai 19 mesi, anche se aveva continuato a lasciar morti eroici sul terreno, fino al 10 giugno ed oltre!
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15 agosto 1924 - 3 gennaio 1925.
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Ferragosto 1924. Mussolini sa di poter tentare il colpo.
Nel pubblico l'ansia sentimentale era alimentata in modo pi particolare della scomparsa del cadavere di Matteotti. Non che tutti fossero in ansia: tutt'altro! Il Partito fascista ha riavuto un segretario dinamico: quell'avvocato Roberto Farinacci che a fine giugno aveva rifiutato di essere il difensore di Dumini, ma che poi... si  ricreduto.
NOTA: "Per incompatibilit professionale" (sic!) come si legge in una aggiunta, di sua mano, nella lettera di rinunzia. FINE NOTA.
I nobiloni dell'aristocrazia romana - il Circolo della Caccia: che diavolo! - han dato il buon esempio, e si sono iscritti in massa al fascio di Roma. Le legazioni estere, quella sovietica in prima linea, danno banchetti e ricevimenti in cui interviene l'"Uomo Provvidenziale". In Vaticano - donde tale qualifica di Mussolini  stata lanciata - la madre di Matteotti non sar ricevuta dal Papa che si contenter di farle offrire un rosario dal cardinale Gasparri. (La fierissima vecchia risponder di avere il suo).
Cionondimeno la scomparsa del cadavere  diventata una ossessione. Bisogna provvedere.
E la polizia provvede facendo rinvenire dai carabinieri - vedi caso! - proprio nei pressi della Quartarella, in un fosso, la giacchetta di Giacomo Matteotti. Una perizia stabilir pi tardi (ma allora nessuno lo sapr) che la giacchetta non aveva potuto soggiornare a lungo in quel fosso, perch non recava le tracce di umidit, o di altro, che la permanenza prolungata in quel fosso avrebbe dovuto lasciarvi. Comunque la "scoperta" della giacchetta  utilizzata per rintracciare il cadavere nel bosco della Quartarella. Ma il cadavere  infatti appena trovato che viene subito scamottato. La povera vedova, non ancora rimessa dalla terribile scossa nervosa,  subito circuita dagli emissari del nuovo ministro degli Interni, Federzoni, e da ecclesiastici (la vedova Matteotti era religiosissima) che le strappano il consenso dell'immediato trasporto del cadavere a Fratta (Polesine) accanto ai suoi. Pensasse la vedova - le fu detto - alla grave responsabilit che si sarebbe assunta se non avesse cercato di evitare i disordini che si davano come certi se avessero avuto luogo, a Roma, i funerali pubblici e solenni, subito preannunziati dai compagni del Martire. E cos i colleghi ed i compagni di Giacomo Matteotti faranno appena in tempo a raggiungere il treno funebre, immediatamente approntato.
A Fratta i contadini del suo Polesine accorreranno a migliaia intorno alla bara; la madre accoglier la salma con parole ed invettive da tragedia; a cerimonia finita, la milizia disperder i fedeli a manganellate. Ma Frattamaggiore  lontana e i giornali debbono fare i conti con la censura.
Comunque l'Aventino non si arrende; e poich il rinvenimento del cadavere martoriato ha riacceso l'orrore, ed il sentimento di dover fare qualcosa: comizi sono indetti a Milano, a Genova, a Palermo, a Roma, ecc. Oratori dell'Aventino vi si recheranno e terranno testa alla furia fascista: ma il successo non corrisponder all'aspettativa.
Ed ecco forse perch alcuni "leaders" dell'Aventino - quelli pi a destra che soli hanno gi avuto notizia dei "memoriali" - accolgono, allora, l'idea di rivolgersi al re. Magra idea di cui si far loro un capo d'accusa, soprattutto perch presupponeva che il re sarebbe stato capace di darle il seguito doveroso.
Magra idea: perch, come si  appreso poi, il re aveva finito col rispondere che, in obbedienza ai suoi doveri costituzionali (?!) egli avrebbe dovuto - prima di tutto! - consultare il suo primo ministro sul seguito da dare ai due memoriali!
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NOTA: Gaetano Salvemini che fu sempre in prima linea contro il fascismo, gi nel gennaio 1926 (in uno scritto pubblicato a Londra e riprodotto anche in Svizzera) se la prese contro l'Aventino per l'insufficiente dinamismo dei suoi dirigenti. Scrisse allora Salvemini: "Deplorando che il 17 e il 18 giugno i parlamentari dell'opposizione (liberali, cattolici, socialisti e repubblicani) avessero pubblicato il memoriale Filippelli e le rivelazioni della lettera-testamento Finzi". Ma la verit vera era e resta che la lettera Finzi fu prima ritirata che scritta; e pi tardi, lo stesso Salvemini sar costretto a rettificare ("Terreur Fasciste", pag. 242) scrivendo che il memoriale Filippelli fu portato a Giovanni Amendola soltanto a fine luglio e che il memoriale Rossi fu consegnato allo stesso soltanto alla met di agosto.
Appassionato, santamente appassionato, quale  sempre stato, Salvemini ha continuato a prendersela con l'Aventino (e sempre a torto come vedremo); ma questa prima rettifica doveva essere segnalata, e proprio a questo punto, anche perch quelle tali due date di "fine luglio" e di "met agosto" debbono essere accolte anch'esse con tutte le riserve. Ebbe Amendola, forse, fin da allora, i due documenti, ma ebbe egli anche la prova delle loro autenticit?  permesso dubitarne. E seppure  vero che Giovanni Amendola, cominci con lo sbagliare circa il modo di utilizzare i due memoriali, egli fece poi il possibile per concorrere ad ottenerne il massimo rendimento. E Salvemini avrebbe dovuto rilevarlo fin da allora! FINE NOTA.
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Ma quando si dovette rinunziare alla illusione "monarchica" di Giovanni Amendola e dei suoi pi intimi, essi decisero - finalmente - di rivolgersi ai "compagni" di Matteotti. Turati, Treves, Modigliani, furono convocati ed ebbero finalmente comunicazione dei memoriali Filippelli e Rossi. Immediatamente fu concordemente deciso di trasmetterli ai magistrati incaricati dell'istruttoria (che pure li ignoravano) e di pubblicarli appena ci fosse stato consentito senza danno per gli ulteriori accertamenti giudiziari.
E cos fu fatto.
L'on Modigliani present le copie dei due memoriali al Consigliere Istruttore Del Giudice garentendone l'autenticit. Nel frattempo, nella tipografia del Mondo, giornale di G. Amendola, fu preparata la stereotipia di una pubblicazione che avrebbe dovuto esser diffusa senza passare attraverso la censura, e nella quale dovevano essere riprodotti il memoriale Rossi e quello Filippelli.
Ma Mussolini credette di poter parare il colpo. Pens infatti di svalutare l'impressione che i documenti avrebbero prodotto, facendoli apparire dapprima in un giornale ai suoi ordini; fece cos trafugare le bozze preparate nella tipografia del Mondo ordinando senz'altro la pubblicazione dei due documenti sul giornale L'Epoca passato al fascismo. Il Mondo profitt per subito dell'autorizzazione cos data dalla censura di "lasciar passare": e subito pubblic i due memoriali in edizione straordinaria. Cosicch la sera stessa, uno degli ultimi di dicembre, ed il giorno seguente, essi furono riprodotti da tutti i giornali italiani.
Accortosi della gaffe, Mussolini corse ai ripari; e nelle quarantott'ore successive la censura si oppose, in tutta Italia, alla pubblicazione di commenti che non fossero esclusivamente intesi a svalutare la prova perentoria e definitiva che risultava dai due memoriali.
Di poi il pi assoluto silenzio fu a tutti imposto sull'argomento. Ma ci non imped che ormai la verit sul delitto fosse acquisita e suscitasse dovunque l'impressione che se ne attendeva. E questa impressione fu tale che, gi prima del giorno dell'anno nuovo, corse voce che, negli stessi ambienti di corte, qualcosa si facesse per indurre il re a separare la propria responsabilit da quella del suo primo ministro. Si disse anche che i magistrati ai quali era affidata l'istruttoria si apprestavano a concluderla con un'ordinanza che dichiarasse l'incompetenza dell'autorit giudiziaria, e statuisse che, data la partecipazione del primo ministro all'assassinio del 10 giugno, la competenza, a pronunciarsi sul caso, spettava all'Alta Corte.
Vane illusioni. Il re continu a restare solidale col suo primo ministro; e per di pi, dall'alto, si profitt di una "fortunata" combinazione per sottrarre, ai magistrati degnissimi che si preparavano a concludere, tutti gli atti dell'istruttoria. Ed ecco come.
Un giornalista cattolico, per far dello zelo anti-aventiniano, aveva presentato una denunzia che indicava De Bono come uno dei complici dell'assassinio del 10 giugno. La denunzia sconclusionata non avrebbe certo avuto seguito se - per il fatto che De Bono apparteneva da tempo al Senato - non si fosse pensato di far finta di prenderla sul serio, onde promuovere la costituzione del Senato in Alta Corte di Giustizia (contro il solo De Bono: si capisce!): e intanto togliere di colpo tutti gli atti dell'istruttoria ai due degni magistrati che si preparavano a concludere, e che nel frattempo sarebbero stati sostituiti - come infatti furono! - con funzionari agli ordini.
Dopo di che, Mussolini convoc di sorpresa la Camera per il 3 giugno 1925, e, davanti alla Camera, pronunzi inaspettatamente un discorso in cui, in via generica,  vero, ma in modo non equivoco, rivendicava a s ed al proprio governo la responsabilit di tutto quanto accadeva in Italia.
I deputati aderenti all'Aventino non erano presenti, sia perch qualche tempo prima avevano confermato, contro il parere dei deputati comunisti, la propria decisione di non partecipare ai lavori parlamentari, sia perch nessuno aveva avuto il minimo sentore delle dichiarazioni che Mussolini si preparava a fare. Quanto ai deputati comunisti, che invece erano intervenuti alla seduta, essi furono siffattamente colti alla sprovvista che non presero la parola, e Mussolini riusc cos ad ottenere che, appena udite le sue dichiarazioni, la Camera si prorogasse subito, di nuovo, a tempo indeterminato.
NOTA: Doveroso - nell'odierna ristampa di questo scritto - completare la cronaca di quella seduta menzionando la mozione antigovernativa presentata allora da un gruppo di liberali, ma che a richiesta di Mussolini fu subito... rinviata a sei mesi! FINE NOTA.
Risultato: forte della solidariet del suo re, Mussolini, di sorpresa, aveva vinto la partita. Siffattamente vinta che, pi tardi, nei discorsi di Mussolini e dei suoi, il 3 gennaio 1925 segner la data della svolta trionfale del regime.
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L'Aventino tiene fede.
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Ma l'"Aventino" non si arrese. L'opposizione aventiniana si era data un compito: il compito di rivendicare i diritti del parlamento contro il regime e contro i suoi delitti. Ed essa vi rest fedele, anche se senza speranza.
Mussolini aveva lanciato la sua sfida il 3 gennaio 1925. Il tempo di convocarsi ed intendersi; il tempo di lasciare che Giovanni Amendola redigesse la protesta subito decisa; e questa fu comunicata alla stampa il 7 gennaio 1925. Questa protesta non era un appello alla rivolta armata. Soltanto un critico post-factum fuorviato dalla passione, come Gaetano Salvemini (vedere il suo scritto del 1926 diffuso anche in Svizzera e di cui abbiamo gi fatto cenno) potr scrivere che l'opposizione aventiniana aveva continuato a sperare di esser salvata dal re! Come se tutti non avessero saputo fin d'allora (ed i fatti non tarderanno a confermarlo subito) che il re aveva partita legata con Mussolini e che nulla c'era pi da sperare da lui.
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NOTA: E pi tardi, in "La Terreur Fasciste", Salvemini rincar la dose scrivendo (...dagli amici ci guardi Iddio!) che l'"opposition se montra tout aussi depourvue de force morale que de force materielle". Non si chiese Salvemini se invece, soltanto nella mancanza di "force materielle" - non imputatile certo a deficienze dell'Aventino! - fosse da ricercare la causa prima della predestinata incapacit di battere il regime ormai consolidatosi? E s che i "leaders" aventiniani, e proprio per la loro azione aventiniana, pagarono di persona: a cominciare da Giovanni Amendola che cadr, di l a pochi mesi, proprio a causa della sua fierezza, e di quella dei suoi colleghi. FINE NOTA.
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La verit fu, e resta, che l'Aventino tenne ancora viva l'agitazione quanto meglio pot nella stampa e nelle pubbliche riunioni cui non mancarono i suoi oratori, anche se queste furono sempre pi osteggiate, ed infine del tutto impedite da misure di polizia. Non che le repressioni poliziesche non fossero sempre state praticate dal fascismo, anche sorpassando e violando tutte le leggi; ma proprio dopo il 3 gennaio 1925 esse diventarono una pratica costante, non solo imposta, ma anche testualmente esaltata da Mussolini in persona. E basti ricordare che il 22 giugno 1925, in occasione del congresso del P. N. F. in un discorso riprodotto da tutti i giornali, egli proclam che "la violenza  profondamente morale".
E si capisce che egli dovesse lanciare questo appello alla violenza dato che proprio il 17, cinque giorni prima di quel discorso, l'Aventino aveva confermato la propria decisione di continuare a non partecipare ai lavori parlamentari finch giustizia non fosse stata fatta. Pi precisamente, anzi, aveva confermato la propria linea di condotta, nonostante che i deputati rappresentati nell'Aventino - pi precisamente i liberali, i radicali ed i cattolici - fossero stati oggetto di interventi "promussoliniani" da parte del re in persona.
Quanto tempestiva la decisione aventiniana! Infatti il 28 giugno (vedi caso: proprio dopo il congresso fascista!) veniva resa pubblica la decisione della commissione senatoriale sul caso De Bono, che lo assolveva per non provata reit degli addebiti minori, ma innocentandolo del tutto da ogni partecipazione all'assassinio del 10 giugno.
L'opposizione aventiniana, lo abbiamo gi detto, non aveva mai creduto alla possibilit di una soluzione diversa sulla denunzia presentata inopportunamente contro De Bono. Ma dal momento che la decisione senatoriale produceva come conseguenza che l'istruttoria sull'assassinio Matteotti ritornasse all'autorit giudiziaria - la quale in conseguenza dovette allora permettere, alla parte civile, di prendere visione di tutto il fascicolo - l'occasione fu subito afferrata, ed i leaders aventiniani utilizzarono subito tutto quanto pot essere fatto loro conoscere un po' meno imprecisamente.
Sopra una relazione presentata da Amendola e Modigliani si decise di rinnovare la denunzia di tutto quello che la commissione senatoriale non aveva voluto vedere, sia in merito all'assassinio Matteotti, sia in merito alla serie di attentati governativi contro altri deputati.
NOTA: Si trattava, dei "tentati omicidi" dei deputati fascisti "ribelli" Forni e Misuri. FINE NOTA.
E pi precisamente si precis quanto segue:
Si erano "raccolte prove - diceva il documento - pi che sufficienti per ritenere che sotto gli auspici del Capo del Governo, da uomini di sua fiducia, e partecipi di funzioni, se non di vere e proprie responsabilit, di governo, delitti sono stati organizzati contro deputati per punirli della loro opposizione al regime; e la preparazione di questi delitti giunse ad avere un proprio organo collettivo di cui sono noti alcuni componenti...".
"Il dovere delle opposizioni era quello di tener fede all'impegno assunto dopo l'assassinio di Matteotti. Essi l'hanno compiuto senza precipitazione, con ogni consapevolezza, senza credere -  bene dirlo - che il loro compito in difesa della libert e della giustizia sia terminato.
"L'opposizione, dopo aver consacrato in un quadro preciso le risultanze dell'Alta Corte, afferma che i diritti della giustizia non possono subire prescrizioni di sorta e riserva interi tali diritti all'avvenire del popolo italiano".
Il documento fu sottoscritto dai delegati dei singoli partiti e fu subito passato ai giornali dell'opposizione.
Ma L'Epoca (il gi ricordato giornale passato al fascismo) anche questa volta pot avere una copia del documento aventiniano, e lo pubblic anch'essa - sempre con l'intenzione di svalutarlo - ma rendendo cos impossibile la tempestiva censura nei grandi quotidiani italiani. E questi lo diffusero a milioni di copie. Sola eccezione: il Popolo d'Italia che, in luogo del documento veramente storico, pubblic... la requisitoria del Procuratore Generale alla Commissione Senatoria. Questa requisitoria era pubblicata per confutare, ma essa apport invece la riprova dell'audacia falsificatrice cui era stato necessario ricorrere per interpretare "su ordine" le risultanze cos precisamente registrate nel documento aventiniano.
E per di pi, per mostrare tutto il conto che il regime faceva della decisione senatoria, la quale, pur assolvendo De Bono per l'assassinio di Matteotti, lo liberava dagli addebiti minori (e per nulla onorevoli!) soltanto per "non provata reit": Mussolini lo nominava, proprio allora, governatore della Libia!
E pochi giorni di poi, Giovanni Amendola, recatosi dopo l'ultima riunione aventiniana in un luogo di cura, veniva assediato e aggredito nell'albergo dove si trovava, tanto da doverne sortire sotto la scorta dei carabinieri. Ma queste scorta lo abbandon, nella notte, a mezza strada, e pochi chilometri pi in l, ecco una squadraccia fascista, pronta per aggredirlo ancor pi selvaggiamente, e ferirlo in modo cos grave che, pochi mesi dopo, egli morr in conseguenza delle ferite allora riportate.
La cinica rivendicazione di tutte le responsabilit lanciata dalla tribuna parlamentare da Mussolini il 3 gennaio, la proclamazione della moralit della violenza, fatta anche essa da Mussolini in pieno congresso fascista il 22 giugno, ricevevano una nuova consacrazione: e ancora e sempre nel sangue.
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La Parte Civile non si arrende.
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Era per tempo che tutta la coorte dei profittatori del regime ricevesse qualche cosa di pi riconfortante che la quotidiana imbandigione di orrori rivelati dai memoriali largamente diffusi fra il pubblico! Qualche cosa di meno umiliante del vile abbandono dei complici da parte di Mussolini, adottato fino a quel momento! Qualche cosa di pi accettabile delle istruttorie addomesticate, ma pur incapaci di sopprimere le rivelazioni. Bisognava dare l'impressione che il regime sapeva fare... qualche cosa di meglio nell'interesse dei suoi, se non in quello del paese.
All'alta finanza Mussolini cominci con l'offrire, proprio allora, la nomina del conte Volpi di Misurata a ministro del tesoro, ed il conseguente spadroneggiamento di lor signori sulle finanze dello Stato. Ed al gran pubblico egli offerse l'amnistia del 31 luglio - in ricorrenza del 25.mo anniversario della salita al trono del re. E fu una amnistia estesa a tutti i reati determinati da moventi politici. Una vera novit: perch nelle precedenti amnistie fasciste i reati politici non erano amnistiati se non quando nati da "ragioni di interesse nazionale": cio per solidariet col regime.
Non  nostro compito accennare qui, nemmeno di sfuggita, alle vicende che, pi tardi, fecero accorta l'opinione pubblica italiana di quanto essa fosse stata tratta in inganno allorch l'alta finanza fu ammessa alla gestione - alla manomissione! - del pubblico denaro. Certo  che allora il colpo fece il suo effetto. Cos come parve un segno di tempi meno orribili, che l'amnistia non comprendesse l'omicidio consumato, e quindi nemmeno quello del 10 giugno. Tanto pi che, allora, nessuno riusc a prevedere che di quella amnistia sarebbe stato possibile fare l'uso indegno che ne fu poi fatto, appunto nel caso Matteotti.
Il disinganno, su quest'ultimo punto - diciamolo subito - non tard a venire, quando l'8 ottobre 1925 si seppe che il Procuratore Generale aveva presentato le proprie conclusioni - e quali conclusioni! - alla Sezione di Accusa di Roma; e lo scandalo fu consacrato definitivamente il 2 dicembre con la decisione che la Sezione di Accusa adott a chiusura dell'istruttoria.
Dumini - i nostri lettori lo ricorderanno - quando fu di ritorno a Roma il 10 giugno, con l'automobile procuratagli da Filippelli, invent la tesi defensionale del Matteotti che "gli era morto fra le mani". Cos, per caso, poco meno che involontariamente! Ebbene, questa trovata del capo-banda fu accolta dai magistrati, tempestivamente sostituiti a quelli tanto pi degni del 1924! Sentenziarono, i magistrati agli ordini: niente mandato del "presidente" (secondo la parola testuale impiegata invece dal Dumini nella corrispondenza clandestina con la propria famiglia); scartata la premeditazione, nonostante le prove in contrario dei "memoriali" e delle dichiarazioni Rossi, Marinelli e De Bono; e ricostituito invece l'assassinio nel modo pi defensionale possibile. Ma scartata la premeditazione (contro tutte le prove), restava da spiegare come l'idea di un tale delitto fosse potuta venire, spontaneamente, a volgarissimi criminali come quelli adoperati, e la Sezione di Accusa invent -  la parola giusta! - che tale idea era dovuta, tutta ed esclusivamente, a Rossi e Marinelli.
Rinviarli a giudizio non era per consigliabile, dato specialmente che Rossi si era deciso anche lui a non risparmiare il "Presidente". E cos fu subito trovato il ripiego: i due segretari di Mussolini - fu detto - avevano voluto ed organizzato un delitto di violenza imprecisato, ma non un omicidio, aggiungendosi, per di pi, che le loro intenzioni erano state fraintese dagli assassini.
Cosicch, secondo quei magistrati agli ordini, Rossi e Marinelli erano ammessi a beneficiare dell'amnistia e si evitava di metterli al bivio di raccontare tutto ai giurati. Venivano invece rinviati a giudizio i soli cinque esecutori, e per omicidio... d'occasione. Pi precisamente per omicidio al di l dell'intenzione. Ed il Procuratore Generale (con una frase che Mussolini far sua) aveva osato concludere che "la farsa del 10 giugno, degener in un'orribile tragedia indipendentemente dalla volont dei suoi autori, e piuttosto contro questa".
Rossi e Marinelli vennero scarcerati lo stesso 2 dicembre. Marinelli veniva subito ripristinato da Mussolini - con tutti gli onori - nell'ufficio di "Ispettore Generale" del P. N. F. e, come tale, il 1. giugno 1926 veniva ufficialmente ricevuto dal re insieme a tutto il direttorio fascista.
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NOTA: Pi tardi, 1929, Marinelli sar eletto deputato della Camera dei fasci e delle corporazioni sulla lista governativa, (la sola, allora, autorizzata per legge) e ritrover sui banchi degli "onorevoli" - eletti a quel modo! - il degnissimo estensore delle sentenze della Sezione di Accusa! Sintesi del regime! FINE NOTA.
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Si delineava in pieno la beffa della giustizia, ma la sua preparazione, gi prima della sua messa in atto, aveva agito sull'ambiente. L'amnistia aveva disorientato il gran pubblico. Il Vaticano (a quel momento ancora... totalitariamente fascistofilo) aveva agito sul partito "popolare" (cattolici) lentamente distaccandolo dall'Aventino. Giovanni Amendola, sempre pi gravemente ammalato, non poteva pi esercitare la sua funzione di elemento coesivo della opposizione aventiniana; e cos questa si era ridotta a continuare l'opera propria solo nei giornali e nelle riunioni dei partiti di sinistra; onde l'Aventino non fu pi in grado di rilevare, collettivamente, la flagrante denegazione di giustizia consacrata dalla chiusura dell'istruttoria giudiziaria.
Si aggiunga infine che la polizia fascista aveva preparato il suo gran colpo. Il capitano Quaglia, dei carabinieri, aveva profittato del dinamismo dell'ex deputato socialista Zaniboni, per sfruttare il suo eroismo, gi messo a prova durante la guerra, e indurlo ad essere l'esecutore di un attentato contro Mussolini... naturalmente fermato a tempo il 28 ottobre al mattino. E cos Zaniboni si trasform per il gran pubblico in sicario socialista, ed il partito socialista "matteottiano" fu senz'altro disciolto, e per varie settimane tutta la stampa aventiniana fu soppressa.
Tale soppressione cess un po' alla volta. Il partito social-democratico si ricostitu subito mutando nome. Ma nel frattempo il compito "matteottiano", che era stato quello dell'Aventino, rest affidato tutto e soltanto ai compagni del Martire e alla parte civile. Lo intese questa e si preparava ad assolverlo; ma la magistratura vigilava! Si finse cio di credere che il dibattimento - pur castrato ed imbavagliato - avrebbe provocato "gravi disordini" se celebrato a Roma (come di dovere): e la Sezione di Accusa rimand tale dibattimento alla lontana solitaria Corte d Assise di Chieti; in una regione d'Italia da tempo conquistata dai fascisti.
Era troppo. La vedova di Matteotti, di sua iniziativa, con una lettera di suo pugno, scrisse al presidente della Corte di Assise di Chieti che si ritirava dal dibattito diventato ormai una beffa sinistra dopo che era stato ridotto al contradditorio coi soli cinque criminali di professione. Ma per legge, la lettera della vedova Matteotti non poteva liberarla dall'obbligo di presentarsi in giudizio. Bisognava notificare la desistenza agli accusati ed al Procuratore Generale, depositando l'atto alla Cancelleria della Corte di Chieti cosicch apparve chiaro il dovere di profittare di tale atto - di solito puramente rituale - per dire tutto quel che doveva esser detto. E l'atto fu redatto, fatto notificare e depositato a cura del difensore della vedova: avv. G. E. Modigliani. Eccolo:
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Dichiarazione di revoca della costituzione di Parte Civile.
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"Le modalit concrete dell'azione criminosa culminante nell'uccisione di Giacomo Matteotti, le dichiarazioni subito emesse da chi esc dal governo in seguito al delitto, le immediate parziali ammissioni di qualcuno degli arrestati, la deposizione testimoniale gravissima dell'ex Direttore Generale della P. S. e, da ultimo, i memoriali divulgati dalla pubblica stampa (mai smentiti dagli autori, ma da loro, anzi, gravissimamente precisati): avrebbero dovuto imporre che l'accertamento delle responsabilit facenti carico a persone, per qualit o ufficio sottratte alla ordinaria competenza, fossero invece accertate nei modi straordinari previsti dallo Statuto per le responsabilit connesse con azioni di governo.
"Questa seconda indagine, sottratta per sua natura alla iniziativa privata,  mancata del tutto; la Parte Civile non si pu dunque prevalere n dei risultati che essa avrebbe potuto dare, n delle ragioni che l'hanno fatta mancare. Ma nessuno potr negare, e la Parte Civile si sente in diritto di affermare, che quelle stesse ragioni di ambiente e di clima storico, che impedirono radicalmente l'indagine straordinaria, hanno avuto ripercussioni innegabili e gravi, anche sull'indagine ordinaria.
"Ci non si verific subito. Anzi, per tutta la prima fase dell'istruttoria ordinaria, l'indagine - pur non essendo ancora stata completata - risult condotta senza riguardi e con ogni maggiore decisione. Ma in seguito, e dopo gravissime risultanze - sostanzialmente confermate dalla sopravvenuta istruttoria dell'Alta Corte - l'indagine giudiziaria fu pregiudicata irreparabilmente.
"Rimossi i magistrati che l'avevano condotta in un primo tempo; trascurate le risultanze dell'istruttoria dell'Alta Corte; omessi i provvedimenti amministrativi e disciplinari che la stessa decisione dell'Alta Corte imponevano; onorate con altissimo incarico chi era stato prosciolto dall'Alta Corte per "non provata reit"; soffocata ogni libert di controllo della stampa e della pubblica opinione; accentuata fino al parossismo l'intimidazione, ad opera di tutte le gerarchie ufficiali e non ufficiali del regime: si fin col porre i magistrati ordinari di fronte ad una amnistia sapientemente preordinata a sottrarre alle sanzioni punitive, le responsabilit moralmente pi gravi, e ad evitare ogni indagine sui precedenti del fatto materiale dell'uccisione.
"Ciononostante, le risultanze dell'istruttoria erano ormai tali, che tutta questa decisa volont di soffocazione avrebbe potuto non raggiungere il proprio intento, se le risultanze istruttorie fossero state valutate al loro giusto valore, ed avessero indotto la Sezione di Accusa a completare l'istruttoria e, comunque, a non liberare i mandanti dalle responsabilit, che l'amnistia non aveva scoperto, e delle quali avrebbero dovuto render conto - per rispetto ai mai smentiti insegnamenti della giustizia punitiva del nostro paese - in base agli stessi addebiti che la sentenza di rinvio tiene fermi contro di loro, pure amnistiandoli.
"La Parte Civile non manc di fare valere davanti alla Sezione di Accusa queste considerazione, dimostrando, ed esplicitamente affermando, che il non accoglierle, equivaleva a ridurre il giudizio ad una beffa intollerabile. Ma proprio nel momento conclusivo della procedura istruttoria, dall'alto, fu additata la soluzione meno rispondente a verit e giustizia; e si ebbe il rinvio a giudizio dei soli esecutori materiali dell'uccisione: una formula che preclude ogni possibilit di indagine sui precedenti e sulle responsabilit moralmente pi gravi. E poich la sentenza di rinvio, pur amnistiando i mandanti, ridonava loro la libert, uno di essi, Giovanni Marinelli - il pi fedele - fu subitissimo ripristinato negli uffici e negli onori, per volere di chi pu permettersi impunemente simile sfida al giudicato, che  anche una intimazione per i giudici futuri.
"Ma Roma - ove per legge doveva celebrarsi il dibattimento -  tale citt, che avrebbe richiamato tutta l'attenzione di tutto il mondo civile, contro tale mutilazione, anche se la voce e le capacit dei colpiti della ingiustizia fossero stati inferiori al compito! Ci non poteva essere permesso.
"Ed immediatamente le "informazioni ufficiali" (come si legge nella stessa requisitoria per rimessione della causa ad un'altra sede) annunziarono "incidenti fors'anche gravi", se il dibattito fosse stato celebrato a Roma. E non vi era bisogno di dire da qual parte gl'incidenti sarebbero stati provocati! Nella generale impotenza di tutti gli altri, tali incidenti non avrebbero potuto essere suscitati se non da coloro contro cui la prevenzione  vietata, tanto quanto la repressione impossibile!
"L'informazione suonava quindi come un'imposizione. Subirla: o assumersi la responsabilit del disordine, certo grave, impunito. Ed il dibattito  stato quindi relegato lontano, fuori di ogni vasto controllo di stampa e di pubblico; alla merc delle forze che han sempre fatto risolvere, nello stesso modo, in questi ultimi tempi, nel nostro paese, tutti i processi, indarno celebrati contro chi poteva rispondere ad accuse anche tremende e precise, invocando la propria fedelt al regime.
"In questa situazione di cose, ragionamento e sentimento imponevano concordemente alla Parte Civile, una sola decisione.
"Dice il ragionamento, che partecipare alla conclusione del rito giudiziario cos mutilato e soffocato, nella pi assoluta impossibilt di ogni indagine sulle cause vere del delitto e sulle responsabilit prime; ristretto il contradditorio a dettagli orribili, ma nudamente materiali dell'esecuzione - al come senza il perch -: signifcherebbe ratificare la mutilazione e la soffocazione del dibattimento, e rendersi complici dei risultati che tale soffocazione e tale mutilazione faciliteranno. Chi accetta, o anche solo subisce, un contradditorio di tal fatta, perde il diritto di denunciarne l'insanabile nullit giuridica e morale.
"Ed il sentimento ha gi dettato alla vedova dell'ucciso questa lettera, gi spedita al Presidente della Corte di Assise di Chieti:
"Eccellenza,
"L'assassinio di Giacomo Matteotti, tragedia mia e dei miei figli, tragedia dell'Italia libera e civile, mi lasci credere che giustizia sarebbe stata non invano invocata; era l'unico conforto che mi rimaneva nell'angoscia suprema, e perci mi costituii Parte Civile.
"Ma nelle varie vicende giudiziarie, e per la recente amnistia, il processo - il vero processo - a mano a mano svaniva. Ci che oggi ne rimane, non  che l'ombra vana.
"Non avevo rancori da esprimere, n vendette da invocare; volevo soltanto giustizia. Gli uomini me l'hanno negata: l'avr dalla storia e da Dio.
"Chiedo perci mi sia concesso di straniarmi dall'andamento di un processo che ha cessato di riguardarmi.
"I miei avvocati, solidali con me in quest'ora, provvederanno a dar forma legale alla mia decisione. Io prego Lei, Eccellenza, di dispensarmi dalla pena atroce di comparire. Mi parrebbe accedendo all'invito di offendere la memoria stessa di Giacomo Matteotti per il quale la vita era cosa terribilmente seria. Quella memoria nella quale e per la quale, e solo per educare i figli all'esempio e alla fermezza paterna, vivo ancora appartata e straziata.
"Con ossequio
Velia Matteotti"
"Ma per le stesse ragioni che inducono la Parte Civile a ritirare la propria partecipazione ulteriore ad una procedura capace ormai soltanto di consacrare una tipica denegazione di giustizia, la Parte Civile intende far salve tutte le azioni legali che essa si riserva di spiegare in futuro: in qualsiasi sede, nell'ora e nei modi che appariranno pi adatti ad accertare tutta la verit, a denunziare tutte le responsabilit, a colpire tutti i responsabili.
"Essa non fa remissione, essa non si associa ad indulgenze ed obblii, essa vuole anzi mantenere aperto il giudizio, vietato oggi, inevitabile, domani.
"La Parte Civile conclude quindi cos:
"La Parte Civile deducente, dichiara di revocare nei confronti di Amerigo Dumini, Augusto Malacria, Amleto Poveromo, la fatta costituzione: pur riservandosi espressamente ogni e qualsiasi azione civile le spetti, o possa aspettarle, in dipendenza dei fatti che hanno formato oggetto della istruttoria penale oggi chiusa, dei precedenti e delle conseguenze dei fatti stessi.
"Roma 18 gennaio 1932.
Avv. G. E. Modigliani".
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Non si fa giustizia, ma i criminali si azzannano fra di loro.
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Ma a quel momento, la manovra mussoliniana - intesa sempre a mettere una pietra definitiva sul processo - rischi di passare il segno.
Quando in Aprile, a Chieti, si apr finalmente il dibattimento, l'ambiente era cos ben preparato che apparve chiaro, fin dal primo giorno, la possibilit di una assoluzione anche degli esecutori materiali dell'assassinio. E si seppe poi che erano state prese tutte le disposizioni per accogliere con luminarie e fiori e scritte trionfali, gli assassini "debitamente" assolti... Era troppo. Farinacci, il difensore di Dumini, esagerava. Roma intervenne ed ordin che si condannasse. I giornalisti accorsi a Chieti dettero poi - in camera caritatis - tutti i possibili dettagli in proposito.
In una delle ultime udienze il presidente, sempre puntualissimo, arriv con un'ora di ritardo. Aveva dovuto lasciar tempo all'avvocato Farinacci di calmare Dumini il quale contava ormai sulla immediata liberazione. Solo a questo si riusc: a persuaderlo di non ripetere, in udienza, le proteste contro l'abbandono - contro il nuovo abbandono! - da parte del suo mandante. E dopo esser venuti a patti con Amerigo Dumini, si venne a patti anche coi giurati.
Omicidio contro l'intenzione, e con tutte le possibili attenuanti; pena ridotta al minimo, e naturalmente con applicazione della riduzione della pena consentita, anche per gli accusati di omicidio condannati dal decreto del 31 luglio. Conclusione: con altri due mesetti di carcere, gli assassini avrebbero riacquistato la libert.
Ma Dumini se l'era legata al dito! Infatti appena rientrato a Roma richiese - per mano di usciere! - al Direttorio Fascista di assumersi, lui, il pagamento delle spese processuali reclamategli nella sua qualit di condannato solvibile. Ed il P.N.F. pag!
Ci non bastava al traditissimo Dumini: e di l a pochi giorni egli si fece sorprendere in un caff a proclamare che se lui era stato condannato a quattro anni, il Presidente avrebbe meritato l'ergastolo!
E per una volta, Dumini fu condannato a torto: per che all'atto di quelle sacrosante escandescenze fu arrestato e condannato a 10 mesi. Ma questa ingiusta condanna di Dumini dovr essere tenuta presente come una nuova e definitiva conferma della responsabilit di chi aveva fatto di lui il capo-banda degli assassini di Matteotti. E tenuta presente, del pari, nella ricostruzione che la storia dovr pur fare, delle origini tipicamente criminali e delle conseguenze atrocemente disastrose del fascismo mussoliniano.
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FINE.